New York, 4.11.2018

nyc-2Ho deciso. Parteciperò alla Maratona di New York 2018.

Di sicuro, per adesso, c’è solo la data: 4 novembre 2018. Quel giorno avrò passato i 50 anni da dieci giorni. E’ la risposta a quanti mi chiedono cosa farò per il mio compleanno del mezzo secolo. In realtà credo di aver deciso di correrla molto tempo fa, quando ancora non correvo. Erano i primi di novembre del 2005 e mi trovavo a New York per lavoro, insieme al mio amico Leonardo. Per caso scoprimmo che proprio in quei giorni ci sarebbe stata la Maratona e più per curiosità che per un reale interesse ci mettemmo a gironzolare nei dintorni di Central Park. Quello che scoprimmo dopo pochi minuti è che New York diventa un tutt’uno con la sua Maratona. Sui marciapiedi non trovavi un posto per assistere al passaggio dei corridori e in ogni anfratto del percorso in cui ci trovavamo la situazione era sempre la stessa. Due muri di persone facevano da bastione ai podisti. Era così nel Queens, a Manhattan, nel Bronx, e l’apoteosi la raggiungevi in Central Park, dove c’era l’arrivo. Come ti muovevi venivi inghiottito letteralmente dalla corsa, dalle urla continue di incitamento della gente, dalle persone che battevano le mani e fischiavano e gridavano e saltavano ai primi come agli ultimi. Vagammo come storditi per un paio d’ore abbondanti, a contatto con una fauna pittoresca e chiassosa di spettatori che non si schiodavano dai loro posti neppure per un istante, come se fossero tutti in attesa di un conoscente, di un amico, di un parente. Ci trovammo quasi inconsapevoli nei pressi del traguardo, una piccola collinetta non più alta di una ventina di metri nell’estremità sud di Central Park. Erano gli ultimi trecento metri, ma quel dislivello doveva sembrare un ostacolo insormontabile, dopo 42 chilometri di freddo e pioggia. Eravamo quasi alla fine degli arrivi dei concorrenti, ma la gente non si spostava dalle transenne. Dopo l’ultima semicurva, con un passo ondeggiante e il viso stravolto dalla fatica, appare un uomo sulla cinquantina. Sul pettorale, oltre al numero, ha scritto il nome, Mark Qualcosa. Non credo possa farcela a superare quell’ultimo piccolo grande sforzo, finché non sento che il brusio della folla comincia a trasformarsi in quattro lettere. Emme. A. Erre. Kappa. E poi le mani, che a ritmo, come guidate da un invisibile regista, battono il tempo di quegli ultimi passi. Mark sorride, almeno così mi sembra. Poi cambia addirittura passo. Accellera. Affronta la salita in progressione, come rinato. Go. Go. Go. E’ un urlo scandito da tutti quelli che lo spingono con la voce fino al traguardo. Lo taglia, in lacrime. Lo ammiro, in lacrime.

Quel giorno, credo, di aver deciso di essere come Mark. Uno che, nonostante tutto, ce l’ha fatta.

3 pensieri riguardo “New York, 4.11.2018

  1. Quel giorno è stato bellissimo, me lo ricordo Matteo, era una giornata nuvolosa ma il nostro animo era splendente! Magari chissà forse saró li a vederti arrivare. Un abbraccio grande grande, Leo.

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