“Houston, abbiamo un problema…”

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L’altezza è inversamente proporzionale alla velocità. (Albert Einstein, inedito)

Ecco la prima gara del 2018. Mugello GPRun, due giri a gas aperto sul circuito del Mugello, dove di solito sfrecciano le MotoGP o le F1 vengono a testare le nuove evoluzioni. Bolidi contro umani. 300 e passa chilometri orari di Valentino Rossi sul rettilineo contro i miei 14. Ed ho pure il fiato corto…

La giornata è stupenda. Dopo la pioggia della notte c’è il sole e fa caldo (per un runner 8 gradi è caldo, andiamo!). Ho avuto un problema al polpaccio giovedi e l’ho curato con massaggi ed elettrostimolatore. Non so se e quanto riuscirò a correre, però ci provo. Arrivare per tempo non è solo un buon motivo per non trovare code, ma soprattutto la scusa per incontrare gli amici. C’è il mio allenatore, Fulvio, che subito mi ricorda di New York, poi gli amici della squadra che sono quasi completamente assorbiti dall’organizzazione (perfetta, ragazzi, perfetta!) con quasi tremila iscritti, c’è il presidente Martina che si rimbocca le maniche e aiuta a compilare i tanti moduli degli ultimi arrivati. Scaldarsi è difficile, tra un saluto e l’altro. Comincio con Serena, poi continuo con Enrico, poi una coppia si avvicina e mi chiede se sono Matteo Lucii. Si. E’ un anno che vogliamo conoscerti. Sono così famoso? Enrico si allontana continuando a scaldarsi, spero vada a chiamare rinforzi, ho quasi paura! E’ mezz’ora che cerchiamo il pettorale 10, nostro figlio si chiama come te! Abbiamo visto il tuo nome sulla classifica e non abbiamo resistito. Piacere, Luca. Piacere, Matteo. Un altro Matteo Lucii, uno vi sembrava poco? E poi vi meravigliate quando vedo la corsa come una metafora della vita… Finisco il riscaldamento con Sauro. Mi chiede cosa ho in mente. Gli dico di New York. Mi dice che va già in Uganda, e che non può venire. Gli dico che ho appena ricevuto il pacchetto. Mi dice di mandarglielo per mail. Gli dico che ci vediamo a New York. Non sento quello che mi risponde, ma dovrò confessare ad Angela che sono stato io… L’ultima barretta, ancora un po’ di stretching e si entra in pista. La scelta dell’abbigliamento è giusta, intorno vedo gente molto vestita, si vede che non sono mugellani, che non conoscono questa vallata. Adesso è freddino, ma il sole tra mezz’ora scalderà più di quello che sembra, basta avere pazienza, e dare tempo al tempo…

Si accendono i semafori rossi, poi il verde e il vociare si trasforma in corsa. Parto accanto a Claudio Guidotti, nuovo compagno di squadra, 30 Passatori portati a termine, oltre 150 maratone corse, come giocare a calcetto con Del Piero insomma! Il primo chilometro è la seconda parte del rettilineo e il curvone della San Donato, l’Università delle staccate in moto, poi la strada sale verso la Luco e la Poggio Secco. 5’03” il passaggio, 15 secondi meno dell’anno scorso. Rapido check, tutto ok. Il secondo chilometro serve per sciogliere le gambe. Prima in piano verso la Materassi e la Borgo San Lorenzo, poi in picchiata verso la splendida S in discesa della Casanova-Savelli. Raggiungo Enrico, sta bene, ha un bel passo. Provo a correre in discesa come mi ha insegnato Fulvio. Sposto il baricentro in avanti, allargo impercettibilmente le braccia e lascio che le gambe continuino a spingere, invece che frenare. La sensazione è ubriacante. Supero un numero incredibile di runner, la velocità è di 3’23” al km. E’ il punto più vicino a sentirmi un etiope o un keniano che abbia mai provato. Il secondo chilometro lo faccio in 4’23”. Adesso tocca al tasto dolente, le due Arrabbiate, sovrastate dalla tribuna in onore di Simoncelli, curvoni in salita che non finiscono nemmeno quando sembra che l’asfalto non vada oltre ed invece ti trovi il dosso assassino prima della Scarperia. Per stare sotto i 50′ devo chiudere il terzo chilometro sotto i 5’15”. Guardo l’orologio, segna 4’55”. Penso che il GPS sia andato in vacca, soprattutto quando ho visto Matteo riprendermi con facilità in salita. Ma lui è un montanaro, ho pensato, non fa testo! Sono pronto per riprendere il ritmo – e un po’ di fiato – lungo il rettilineo che porta al Correntaio per poi dare il via libera alle gambe fino al traguardo, quando arriva il momento temuto da tutti i runner. Una puntura di spillo. Al polpaccio destro, quello amorevolmente curato negli ultimi giorni. “Houston, abbiamo un problema…”. Non vorrei essere Houston in questo momento, però il mio corpo quel messaggio lo sta mandando proprio a me. Provo ad ingannarlo dicendogli che è solo una conseguenza del cambio di pendenza, che la contrattura è sciolta, che è solo un naturale assestamento dei muscoli, che… Gli prometto che comunque faremo un giro solo, che al traguardo sfilerò sulla destra, verso la corsia dei box. Nessuna risposta. Ripasso velocemente tutto quello che ho fatto fino a stamani. Ho curato bene la contrattura, l’ho sciolta e stamani il polpaccio stava benissimo. Ho mangiato bene negli ultimi giorni e oggi ho fatto una buona colazione presto e un giusto rinforzo dopo. Ho passato un sabato perfetto, ho dormito tranquillo. Sono felice. Mi sono scaldato tanto, ho fatto stretching, ho fatto gli allunghi. Sono vestito bene, ho anche gli occhiali per proteggere le lenti a contatto dal sole. Sono andato forte, in discesa fortissimo, in salita meglio di sempre. Che sta succedendo? Ho fatto tutto perfettamente, dove ho sbagliato? C’è un sola risposta. Houston, non c’è nessun problema! Mentre la mia mente era impegnata nel check le mie gambe, libere da pensieri, hanno continuato ad andare veloci. Uscito dalla chicane delle Biondetti, al quarto chilometro, il passaggio è in 4’34”. Adesso il curvone infinito della Bucine e poi il lungo rettilineo prima di iniziare il secondo giro. Guardo le pulsazioni, sono sotto controllo, le gambe girano, ne ho ancora tanta di benzina. Sarà un secondo giro anche più veloce. Prima di una nuova puntura di spillo. Al polpaccio destro. “Houston, abbiamo un problema…”. Il mio corpo mi sta mandando un nuovo segnale, quello definitivo. Se farai due giri, mi dice, mi avrai sulla coscienza. Non posso accompagnarti fino in fondo, non per così tanto ancora, non così veloce. Penso a New York, penso al Sogno. Penso a quanto sarebbe stupido farsi male oggi. Penso a Sun Tzu e al suo libro “L’arte della Guerra”. Penso che sia meglio una resa onorevole ad una morte gloriosa: chi vive può ancora vincere, chi muore può solo fare l’eroe. Allora facciamo un patto. Portami al traguardo più veloce che riesci, e io mi fermerò, lasciando il secondo giro agli altri. Portami alla fine del giro, e io ti darò pace. Adesso è il mio corpo che guida nell’ultimo chilometro, non la mia testa, non il mio orologio. L’andatura rimane costante, il ritmo è ancora alto. 4’42” negli ultimi mille metri. Arriva lo striscione a scacchi. Piego a destra e camminando faccio altri cento metri, sulla pista, fino al ristoro, con gli altri che mi sfilano accanto. Passa Enrico, che non mi vede, passa Luca, che mi da il cinque. Un bel the caldo, poi di passo di nuovo verso il traguardo a vedere arrivare il primo. Abbiamo fatto un patto, e l’ho rispettato, caro il mio corpo. E tu hai fatto lo stesso. Saremo grandi alleati, fino a New York!

Riaccendo il telefono solo un’ora dopo la gara. Squilla subito. E’ mia mamma, vuol sapere com’è andata. “Benissimo, mi sono ritirato”. La sento sorridere, ormai si è abituata ad un “figliolo così”. E io le voglio bene proprio per questo!

Il giorno dopo

Sono pronto per uscire. In programma ci sono dieci chilometri, dice Fulvio. Sto bene, il tempo è buono, sarà una bella corsettina. Mi cambio nel retro di negozio e mi guardo le gambe. Avevi ragione. Grazie, di cuore.

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Il giorno dopo, a Houston.

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