Mission (im)possible

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Mancano 100 giorni alla Maratona (o meglio mancavano quando ho iniziato a scrivere questo post, ora ne mancano ancora meno!). Cento giorni sono tre mesi e una manciata di giorni. Cento giorni, per me che sono stato fermo due mesi e nell’ultimo ho fatto riabilitazione, sono un pugnello…

In questi tre mesi di stop dalla corsa, però, ho continuato a coltivare il sogno, anche senza correre. Ho sfruttato le opportunità che mi ha concesso il forzato riposo. Ho letto (il nuovo libro di Fulvio certo, ma anche Murakami) , studiato, parlato, tenendo a mente l’obiettivo. Soprattutto, ho trovato un nuovo rapporto con il  mio corpo. Adesso lo ascolto meglio. Ed ho imparato quando ha bisogno di mangiare, quando di bere, quando gli serve riposo e quando invece ha bisogno di attività. Ho imparato un sacco di cose nuove, confrontandomi con le tante persone che ho incontrato sulla mia strada. E dall’infortunio ne esco rafforzato, e nemmeno di poco!

Ho passato l’estate ad allenarmi durante. Core stability, propriocettività, potenziamento delle gambe e del tronco, stretching. Sempre con la massima cautela ma anche con la  massima costanza. Tre settimane fa ho fatto la prima corsetta. Cinque chilometri sul tapis roulant. Quando ho fermato il tempo ho visto che ho corso a 7′ al km (sic!). Pensando che il mio ritmo-gara sulla maratona prima dell’infortunio era di 5’40” al km avrei dovuto prendere le scarpe e buttarle in un cassonetto. Invece ero felice. Primo perché avevo ripreso a correre e il ginocchio sembrava rispondere bene. Secondo perché quella corsa fatta ad un ritmo talmente lento che nemmeno quando ho cominciato facevo mi ha riacceso la fiammella della speranza. (Nonostante accanto a me la signora coi leggins leopardati e le cuffie da calciatore professionista riuscisse a guardare lo smartphone andando a un ritmo più veloce del mio!).

Dopo quella corsa ne sono seguite altre, sempre a due giorni di distanza, come da prescrizione di Paolo. Il ritmo aumentava: prima a 6’30”, poi 6′, poi 5’50”, poi 5’40”, fino a oggi, quando dopo tre mesi sono tornato a correre su strada. 5’25”! Si, lo so, la strada è lunga, ma credetemi che ripartire quasi da zero è una fatica disumana, per un cinquantenne!

In questi ultimi giorni, quando mi chiedevano se avessi deciso di non partecipare, visto il mio scarso stato di forma, rispondevo che in realtà ero più in forma di anno scorso. Mentalmente, soprattutto. Ma anche fisicamente. Sono due chili in meno di un anno fa, la mia massa grassa è diminuita e le gambe e i glutei sono usciti molto rafforzati dalle sessioni in palestra. “Si, va beh, ma mica ce la fai…” era il commento del 90% delle persone. Qualcuno (un altro 6%, a cazzotto) mi diceva che comunque ci potevo riprovare l’anno successivo. Un altro 3% (al netto dei decimali) mi consigliava le cose alternative da vedere a New York invece di correre la Maratona. Rimane quindi un misero 1%. E secondo voi non è sufficiente per credere in una missione (im)possibile?

D’altronde, come diceva John Belushi, è quando il gioco si fa duro che i duri cominciano a giocare!

(Se volete lasciarmi un vostro incoraggiamento, questo è il momento giusto, ne ho un gran bisogno!!)

 

 

In ginocchio da te…

Capita. A volte capita. Capita che hai un progetto, o addirittura un sogno, e che nonostante tu faccia di tutto per raggiungerlo qualcosa vada storto. Lo avevo messo in conto, certo, ma quando ti ci ritrovi faccia a faccia con la difficoltà, ecco che davvero devi dimostrare a te stesso quanto veramente ci tieni a quel progetto, alla realizzazione di quel sogno. L’ultima corsa l’ho fatta a Genova, il 20 maggio. 8km di lentissimo per sentire come rispondeva il ginocchio, in sofferenza dopo la Mezza dell’Elba. Nessuna notizia rassicurante e quindi la decisione di fare una risonanza magnetica.

Risultato: meniscosi mediale con annessa ciste di Baker. In soldoni il mio menisco ha una fessurazione che fa infiammare il ginocchio e stimola questa ciste di 5 centimetri con il risultato di avere un pallone da pallamano al posto della rotula!

E allora il dubbio amletico: che fare? Facciamo un breve summit con Fulvio e Chiara e la palla passa a Paolo Manetti, amico e medico dello sport che è stato a capo dello staff medico di Fiorentina e adesso dell’Empoli. Due infiltrazioni di acido ialuronico e un mese di stop. Poi una ricaduta. E allora infiltrazione di cortisone e un nuovo stop fino alla fine di luglio. Nel frattempo, tanta palestra e qualche buona dose di elettrostimolatore, cercando di non mettere su chili. Nel frattempo, leggo Pessoa (questo Pessoa…)

A fine luglio saranno passati due mesi dall’ultima corsa e sperando di poter ricominciare, ne mancheranno solo tre a New York.

Io non mollo un metro, nonostante tutto!

Cronache dall’Inferno

“Le storie più belle vanno vissute, non raccontate”. Questo era lo slogan dell’UltraTrailMugello 2018. Non sono totalmente d’accordo. Le storie, secondo me, vanno vissute, e poi, anche raccontate. Perché come dice Danny Boodman T.D. Lemon Novecento (una delle storie che non potete lasciarvi scappare, la trovate qui…) prima di lasciare il Virginian, “non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla”. E allora eccovela, perché non sono affatto fregato.

E’ un anno che non corro un Trail, e quello di anno scorso anno era il primo in assoluto. Come esperienza complessiva direi un po’ scarsa, per usare un eufemismo. Quindi si riparte con poche certezze, ma ce le faremo bastare!

La prima certezza è che le scarpe di anno scorso mi hanno assassinato nella lunga discesa verso il traguardo. Troppo tassellate. Quest’anno si cambia, allora, ed ecco le Hoka Speedgoat, testate in qualche uscita di trekking e su corse in sterrata, al posto delle Salomon Speedcross.

La seconda è che un trail non è una corsa su strada e che negli ultimi mesi ho lavorato molto su velocità e poco sul potenziamento e la resistenza aerobica. Ci sarà da soffrire, poco ma sicuro.

La terza è che sto bene e che l’obiettivo sarà quello di scendere sotto le 4 ore.

IMG_4001Si parte alle 9, anche se con Ilario siamo in largo anticipo per gustarsi l’atmosfera della Badia di Moscheta e fare con calma il ritiro del pettorale e del pacco gara. Piano piano la zona della partenza si popola e si incontrano tante facce amiche. D’altronde giochiamo in casa! Pronti via e il sentiero sale subito. Ilario se ne va, lo vedo in forma e farà un tempone, nonostante sia al suo primo trail. 4km senza tregua per arrivare fino alle case del Giogarello, poi un altro in single track per arrivare in cima a Monte Acuto.

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Passaggio al Giogarello

Nemmeno il tempo di godersi lo splendido panorama che ci buttiamo a rotta di collo (e anche di diversi legamenti!) verso il primo ristoro, al Rifugio Serra. Guardo il cronometro e scopro di essere in vantaggio di tre minuti rispetto all’anno scorso, e non ho neppure tirato in salita! Bene, penso. Al rifugio arriva Alessandro, con il quale mi rimetto a correre nello stradello che porta in un divertente “mangia e bevi” alla Fonte della Cagna Morta. Corro con facilità, ma qualcosa non funziona. Nelle salite mi sento svuotato di energia, non riesco a tenere il passo di nessuno. Mi aiuto con i bastoni ma non basta. Prendo un gel ma non ne sento l’effetto. Controllo i battiti, sono bassi. Sembro l’orsetto della Duracell quando finisce le pile. Vorrei, ma non posso. Una sensazione bruttissima. Provo a recuperare anche in pianura, aspettando di ripartire a correre ogni volta che la salita finisce. Si scende in single track verso il Molino dei Diacci, ma la situazione non migliora. Al guado del torrente rischio anche di finire lungo disteso nel letto del fiume! Mi passa Marica, ha un bel passo, la vedo tranquilla. Al termine della piccola salita mi appoggio sui bastoni, sono un sacco vuoto. Ripasso mentalmente tutto quello che avrei dovuto fare e ci trovo diverse falle: mi sono allenato blandamente dopo la Mezza di Firenze, ho fatto le ripetute in salita giovedi, ho dormito poco e male,  ho evitato di riposarmi a sufficienza, ho curato in modo approssimativo l’alimentazione. Ok, mi dico, segna e porta a casa. Passo alla Cascata dell’Abbraccio con l’idea di fermarmi a metà percorso, e le ultime salite verso il Rifugio dei Diacci mi convincono definitivamente.

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La Cascata dell’Abbraccio

Al 12esimo chilometro, esattamente a metà percorso, ecco il ristoro. Chiedo informazioni su come raggiungere via strada la partenza. Poi vedo passare Noemi, Dario, Luca. Ognuno porta con sé la sua dose di fatica, di sofferenza, ma anche la grinta di voler arrivare in fondo. Grazie ragazzi, mi avete aiutato senza saperlo. Mangio un paio di fette con Nutella, un po’ di sali e riparto nello splendido scenario della Val Cavaliera. Quassù vive una coppia di aquile e spesso si riescono a vedere, specialmente dal Poggio dell’Altello, ma con tutto questo passaggio mi sa che hanno preferito la riservatezza. Ho sbirciato il cronometro, sono in linea con la gara di anno scorso, ma decido di non guardarlo più, non ho bisogno di altro stress. Cambio l’obiettivo in corsa: invece di scendere sotto le 4 ore, il vero risultato di oggi sarà arrivare, nonostante questa inaspettata debacle. E poi all’arrivo ci sarà qualcosa di particolare, e non ho voglia di perdermelo per niente al mondo. Mentre corro e cammino verso il bivacco di Ca’ di Cicci, mi supera un ragazzo seguito da un cane e penso che in questo momento avrei voluto accanto il mio fido Numa. Quante volte ci siamo inerpicati su questi sentieri, e che felicità vederlo scorrazzare felice su e giù per i prati, inseguire qualche capriolo nel bosco oppure rinfrescarsi in qualche ruscello da vero Labrador.

La parte apparentemente più tosta finisce quando si incontra la strada bianca che riporta al passo della Sambuca. Si prende a sinistra e dopo un paio di curve ecco il Bivacco di Ca’ di Cicci, con un altro piccolo ristoro. Da li si scende senza soste passando prima per il borgo disabitato di Pian dell’Aiara fino a La Lastra. Un altro guado sul Rovigo, che va attraversato tenendosi ad una fune, e poi un ultimo tratto di pianura, fino al ponte che segna l’inizio della Valle dell’Inferno, citata da Dante nella Divina Commedia. Mancano ormai due chilometri, da fare in quota su un single track con vista a strapiombo sul Torrente Veccione. Mi passa Cristiana Follador, vincitrice delle ultime due edizioni della 60km, ha un ginocchio sbucciato e il sangue ormai rappreso sulle gambe. Le chiedo come va e lei mi risponde “male”. Eppure è seconda! Mi faccio coraggio e penso che alla fine tutto è relativo… Ormai ci siamo, esco dal bosco e cammino gli ultimi metri prima dell’ingresso nel chiostro della Badia di Moscheta. E’ andata male, poteva andare peggio, poteva piovere. E quindi, passato il traguardo, sorrido a quello che ho trovato alla fine del viaggio. Perché ogni viaggio ti regala sempre un motivo per ripartire: spesso durante, a volte solo in fondo. E sorrido soprattutto perché oggi ho capito che preferisco viaggiare con la musica alta e il finestrino abbassato, piuttosto che arrivare coi capelli in ordine!

Bella di giorno, magica di notte…

Correre è bellissimo. Correre a Firenze ancora di più. Non c’è occasione che cerchi di farmi scappare quando si corre in una delle più belle città del mondo, con la possibilità di passare accanto o sotto a monumenti e opere d’arte che ti levano il fiato da quanto son belle. Ne ho fatte due, una ai primi di marzo e una un paio di settimane fa. Volete sapere come sono andate?

 2.3.2018 ::: Urban Trail Firenze

Primi di marzo. L’Italia è scossa dal freddo gelido del Burian. Le temperature sono precipitate sotto lo zero abbondantemente e la neve e il ghiaccio paralizzano trasporti ed attività. Quindi, mi chiedo, come sarà possibile che si svolga l’Urban Trail, 13 km su e giù per Firenze con questo tempo? Semplice, correndo. E così alle 21 di un venerdi da tregenda, al Piazzale Michelangelo, ci troviamo in più di trecento (non scomoderei gli spartani delle Termopili, ma il numero ci inorgoglisce!). Ci sono sei gradi, in pratica fa caldo, visti gli ultimi giorni! E non piove, dopo una settimana ininterrotta! Qualcuno, lassù, forse ci ama… La vista dall’alto di Firenze è sempre suggestiva, nonostante l’abbia vista decine di volte. Non c’è tempo per ammirare ancora il panorama, si parte! Dal Piazzale si plana subito verso l’Arno, prima per i tornanti di Viale Poggi e poi per Via dei Bastioni. Il primo scorcio è un tuffo nell’adolescenza: la scalinata dove Alessandro Benvenuti e Francesco Nuti giocano a colpire una bottiglia coi sassi in “Ad Ovest di Paperino”. Emozione, e un saluto a Francesco, idolo di quegli anni belli. La discesa dura poco perché una curva secca a destra ci riporta verso San Miniato, con un chilometro di salita che ci mette a dura prova. Qualche scalino e ci infiliamo nel boschetto che circonda una delle chiese più di Firenze. Ci fanno compagnia i passi dei compagni di avventura e le luci tremolanti delle lampade frontali. Il paragone con gli spartani adesso ci sembra quasi reale. Usciti dal boschetto eccoci in Via delle Porte Sante. A sinistra lo splendore di Firenze, sovrastata dalla Cupola del Brunelleschi, a destra, in cima alla maestosa scalinata, la facciata bianca di San Miniato. E’ un attimo, ma vorresti poterlo immortalare dentro di te per sempre! Si riattraversano i Viali dei Colli e si imbocca per Piazza San Miniato passando accanto al Giardino delle Rose. Prima della Piazza una curva secca a sinistra ci riporta ad un’altra salita stroncagambe, che costeggia le Mura di Firenze. Qui è difficile correre, ma si cerca di non mollare! Siamo a 4km ma ci hanno già messo a dura prova.

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La tremenda salita di Via Belvedere

Alla fine di Via Belvedere, di fronte al Giardino Bardini, prendiamo per Costa San Giorgio, passando sotto l’omonima porta. Ancora in discesa, con le pietre lisce rese insidiose dalla pioggia dei giorni precedenti che non ci fanno neppure osservare con calma la casa di Galileo Galilei e già ci troviamo in Costa Scarpuccia e poi in Via dei Bardi. Finalmente un po’ di pianura, mentre attraversiamo il Ponte alle Grazie. 5km, ma siamo sicuri? Sembrano il doppio! Adesso siamo nel cuore di Firenze, e correrci dentro ti mette un’energia smisurata. Prima il Lungarno, con le luci di Ponte Vecchio, poi il Piazzale degli Uffizi, Palazzo Vecchio, Piazza della Signoria, Orsanmichele, la Loggia del Bigallo, il campanile di Giotto, Santa Maria del Fiore, piazza Duomo, il Battistero, Piazza della Repubblica, il Porcellino, Ponte Vecchio. Tutto in soli duemila metri! Ma le magie non sono finite, perché dopo altri cinquecento metri, ecco che ci troviamo in Piazza Pitti, saliamo verso l’androne e ci infiliamo dentro, per essere proiettati come d’incanto nel meraviglioso Giardino di Boboli! Alla luce solo della frontale lo corriamo in discesa verso Porta Romana lungo il viale della Meridiana, poi lo ripercorriamo in salita fino alla Vasca del Nettuno, per poi uscire stremati sotto le imponenti mura del Forte di Belvedere. Costeggiato il Forte ci troviamo di nuovo a Porta San Giorgio, mancano tre chilometri. Il primo chilometro lo corriamo nella più bella strada di Firenze, via San Leonardo, leggermente in salita fino al Viale Galileo. Qui si può tirare il fiato, allungare la falcata sul terreno finalmente omogeneo, ma il divertimento dura poco. Si piega a sinistra e prendiamo l’Erta Canina, che anche in discesa è una bella gatta da pelare! La facciamo fino alla Beppa Fioraia, passando accanto al Parco della Carraia, ma poi dobbiamo rifarla in salita, con un fondo di borraccino e pietre scivolose. E qui, di correre non se ne parla! Sbucare sul Viale Galileo è la fine di un incubo, ormai ci siamo. Le ultime centinaia di metri servono solo per smaltire un po’ degli ettolitri di acido lattico che abbiamo accumulato. L’arrivo e lo sguardo su Firenze sono il miglior toccasana per la nostra fatica. E se fino a un metro prima pensavi a chi te lo ha fatto fare, un metro dopo chiedi quando ci sarà l’edizione 2019…

 

 

15.4.2018 ::: Mezza Maratona

In realtà questa gara non ci doveva essere. L’ho fissata poco prima della Mezza di Torino. Non mi sentivo abbastanza allenato e dubitavo di poter fare il mio personale (poi sapete com’è andata? Leggete qui…;-)), così mi ero dato una seconda possibilità. Dopo Torino non avevo voglia di stressarmi alla ricerca di un nuovo personale e così ho cambiato obiettivi. Ho deciso di accompagnare Serena nella sua prima Mezza Maratona, facendole da peacer. Il suo obiettivo era finirla, ma essendo uscito un paio di volte a correre con lei secondo me poteva puntare a qualcosa di più… La partenza è sul Lungarno della Zecca e per i primi tre chilometri la cosa più difficile è cercare di non cadere, vista la moltitudine di gente che c’è! Il percorso è bellissimo, molto tecnico e impegnativo. E soprattutto sono due giri, che se da un lato ti aiutano dall’altro tendono a rendere ripetitiva la scena e a toglierti un po’ di emozione per la seconda parte. Lo schema è quello usato a Torino: un terzo, un terzo, un terzo. La prima parte va meglio del previsto, ma non ci facciamo tentare. La seconda va ancora meglio, ma teniamo a freno la mula. Il fondo e la lunghezza inusuale però complicano la vita intorno al quindicesimo, e Serena accusa fastidi muscolari ad una gamba. Ma ha tempra mugellana, e tiene botta. Limitiamo i danni nei due chilometri successivi e poi ricominciamo a recupare negli ultimi quattro, senza ansie. Sotto lo striscione in Piazza Santa Croce il cronometro si ferma a 1:54:54. Un esordio da star!

 

 

 

It’s Alive!!!

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1:47:52! Il Dottor Frankenstein (si legge Frankenstin, mi raccomando) la prende così…

Quattro ore prima (più o meno)

La sveglia è già suonata da qualche minuto. Dalle finestre non entra molta luce, nonostante sia abituato a dormire con gli avvolgibili aperti. Presumo sia nuvoloso. Mi alzo e scopro che non solo il cielo è coperto in ogni centrimetro della sua estensione, ma sta continuando a piovere intensamente, ormai da un giorno intero. In fondo lo sapevo, quindi inutile pensarci oltre. Colazione e via andare.

Tre ore prima (più o meno)

E’ il momento di fare una capatina fuori, per capire il freddo che fa. Tanto continua a piovere senza dare segni di cedimento. Esco dall’albergo in mezze maniche e ci rimango male. Anzi, malissimo. Dovevano esserci dieci gradi, ce ne sono tre… Nessun problema, penso, ho i manicotti del Trail, e chi m’ammazza? Per il resto confermo le scelte del giorno prima. Correrò con le GT, probabilmente alla loro ultima uscita.

Due ore e mezzo prima (più o meno)

Esco dall’albergo già pronto per la gara, tanto è a 300 metri dalla partenza! Corricchio più per il freddo che per scaldarmi veramente, ripassando mentalmente la tattica messa a punto con Fulvio: 7km a 5’20” + 7km a 5’10” + 7km senza crono. Due gel, uno al settimo e uno al quattordicesimo. Ai ristori solo the. Altro? No, tutto a posto! Lo stretching l’ho fatto in camera, al caldo, e mi sento particolarmente sciolto. Il ginocchio non fa male. Insomma, tutto va bene. Apparentemente. E allora mi metto a scaldare anche la mente. Penso al traguardo, al tempo che vedrò sul display. Sicuramente non sarà un 5 il secondo numero, ma un 4. Penso a cosa ho provato a Livorno, quando sono arrivato distrutto ma ho fatto il mio precedente personale. Si, precedente, perché oggi farò quello nuovo. Mi scaldo con il pensiero delle emozioni positive. Penso a cosa scrivere sul blog, tanto poi lo scorderò, ma solo immaginarlo mi fa stare bene. Penso alla faccia di Igor, o del Dottor Frankestein, o della bella Inga. Quale metterò in copertina? E il titolo? Beh, ho ventuno chilometri per pensarci, qualcosa mi inventerò!

Un’ora e quarantotto prima (più o meno)

Pronti, via! I primi due chilometri sono pericolosi: ci sono le pozze da evitare (ventun chilometri coi calzini zuppi da subito non mi sembra un’ideona), i maniaci di selfie da scansare, quelli che si credono dei keniani e partono davanti con movenze da bradipo ubriaco (per poi chiudere oltre le tre ore), l’allegra combriccola di una dozzina di persone rigorosamente in fila che si tengono per mano e continuano ad urlare e gridare come posseduti (salvo poi fermarsi al terzo chilometro attaccati alla bombola d’ossigeno). A parte questo, primo km in 5’21”, secondo in 5’19”. Praticamente uno svizzero! Stiamo costeggiando il Parco del Valentino, poi entreremo in centro. Penso alla corsa come ad una metafora della vita. Lo faccio spesso, ma adesso, cominciando a calcare i primi sanpietrini, mi torna prepotente alla mente. Vai a capire il perché. Penso che la fortuna non esiste (che poi è anche il titolo di un bellissimo libro che mi ha consigliato l’amico Enrico! Lo trovate qui…), e che se vuoi ottenere il massimo devi pensare il più possibile, per poi non pensarci più. Una volta ho letto da qualche parte (la memoria dimuisce con l’età, purtroppo…) che il campione è quello in grado di far fronte agli imprevisti, il fuoriclasse quello che li anticipa. Oggi ho cercato di pensare a tutto, anche a quello che non mi veniva in mente. Immaginatevi il giorno prima di un colloquio di lavoro, o di un esame all’università, o a qualche ora dal primo incontro con quella donna che vi ha fatto perdere il sonno…lascereste qualcosa al caso? Non cerchereste di pensare a quanto più possibile prima, in modo da essere rilassati e in media res nel momento cruciale? Non cerchereste di avere pronta una risposta per ogni possibile (e impossibile) domanda? Comunque sia, aspetto con ansia il responso del terzo chilometro. Io lo chiamo la Legge del Tre. E’ un’idea tutta mia, una roba che sta a metà tra il caso e la cabala. Ho visto che nelle mezze maratone disputate il tempo al chilometro che ho fatto nel terzo era in pratica quello dell’intera gara. Bip. 5’06”. Sorrido. Sarà personale, nonostante tutto. Si passa davanti al Museo del Risorgimento, e dopo la Piazzetta della Madonna degli Angeli, prendiamo per Via Roma, coi suoi monumentali portici e le colline torinesi sullo sfondo. Passiamo nel centro di Piazza San Carlo, che ti leva il fiato da quanto è maestosa, e sbuchiamo in Piazza Castello. Ci teniamo sul lato destro, accanto al Teatro Regio, che ha una cancellata meravigliosa oltre ad un cartellone da paura. Tra un monumento e l’altro sbircio il cronometro, tenendo a mente la differenza tra il tempo previsto e quello che sto facendo. E’ un buon modo per tenersi lucidi e presenti: finché riesco a contare a mente l’ossigeno al cervello arriva! Passiamo sotto la Mole Antonelliana e per poco inciampo provando ad osservarla da sotto: ma che bella che è? Giriamo in Via Po, la strada delle bancherelle dei libri usati, dei dischi in vinile e dei poster con le pubblicità di Carosello. La strada sfocia in Piazza Vittorio Veneto, proprio al settimo chilometro. Se Piazza San Carlo sembrava enorme, pensate che questa è grande il doppio! Ho un vantaggio di 56” sulla tabella di marcia. E corro bene. Si costeggia il Po, dove ci sono i Murazzi, fino ad entrare nel Parco del Valentino. Qui la corsa si divide in due: quelli della 10km girano a destra, noi andiamo a dritto. Vedo diversi che guardano con preoccupazione il bivio. Avevano seguito il ritmo di qualcuno della 10 e mentre quelli sono al termine della loro fatica, a questi mancano ancora 11km! Un’altra metafora: segui il tuo ritmo, sempre, senza farti ingannare dal ritmo degli altri! Percorriamo tutto il Parco, passando tra il Borgo e la Rocca Medievale, per poi uscire dalla parte opposta, su stretti sentieri a pelo d’acqua. Il Po è grosso, ed abituato all’Arno fa un certo effetto, ma bisogna guardare dove si mettono i piedi… Risaliti sul Corso di Unità d’Italia ci aspettano un paio di chilometri dritti verso il Lingotto, da raddoppiare in senso opposto dopo una rotonda col rilevamento del tempo. Al quattordicesimo il vantaggio aumenta a 1’52”. Comincia la terza fase, quella che abbiamo messo a punto con Fulvio. Via il cronometro e spazio all’improvvisazione. L’obiettivo è di concentrarsi su un corridore davanti e provare a superarlo, senza forzare bruscamente il ritmo. Adesso non guardo più il Garmin, solo le maglie degli altri runner. Ci sono molti torinesi, uno dell’Ausonia, una Barbara, un Giangi, Lillo, Viento, Cecco, Lory. Comincia un’altra gara. Di testa, diranno i miei arguti lettori. No, al contrario, di cuore e muscoli. In realtà la testa l’ho usata per arrivare fin qui. Diffidate da chi vi dice che la testa è fondamentale per i finali di gara, la testa è importante per tutto fuorché per i finali! Sto ancora bene, non ho dolori, il secondo gel comincia a entrare in circolo… Nella terza parte ci sono sorprese che in molti – (non avevano controllato il percorso?) – non si aspettavano: due tunnel, tre rotonde, un cavalcavia, strappi brevi e discese impegnative. Correre in Mugello aiuta, e i sorpassati aumentano. Non ho molta gamba, sento che i quadricipiti sono scarichi, ma non è certo il caso di lamentarsi adesso. Arriva il cartello del 19esimo chilometro, è ora di aprire il gas, altro che uno a uno! Gli ultimi due chilometri li corro a 4’45”, spingendo sia in discesa che nella salita che porta al traguardo. Il cronometro segna 1:49:23, ma è il tempo lordo. Il Garmin segna 1:48:14, ma l’ho spento tardi. La classifica riporta 1:47:52. Insomma, il tempo sembra essere una variabile soggettiva, oggi. L’unica certezza è la sensazione di ieri: Si.Può.Fare!!!!

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Si.Può.Fare!!!!

Si.Può.Fare!

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La mezza idea di ieri è diventata un’idea intera: domani tenterò comunque di fare il personale sulla Mezza Maratona, nonostante sia più o meno al 70% della forma! Per farlo devo scendere sotto l’ora e cinquanta. Il che significa correre a 5’10” al km. Con i due mesi tribolati alle spalle sarebbe un’impresa. E ce la vogliamo lasciar scappare?

Ieri ho fatto l’ultimo allenamento al Parco del Valentino, correndo tra il Circolo Canottieri e il Villaggio Medioevale, mentre tutto intorno si stava già preparando l’arrivo per la Mezza. Ho provato le ultime scarpe, le Nimbus. Avevo un dubbio, infatti domani correrò con le vecchie ed affidabili GT. Un vero e proprio cambio gomme all’ultimo pit stop! Dovrebbe piovere (altra citazione da Frankestein Junior, en passant…) e ci dovrebbero essere una decina di gradi. Tutto sommato accettabile. Oggi l’ho dedicata al Museo Egizio, a girovagare per il centro bellissimo di Torino, fino alla Mole Antonelliana, a curiosare senza meta tra le caratteristiche vie che si snodano dai viali principali. Sto bene, e quindi ci provo!

 

La tattica è decisa. Primi sette chilometri a 5’20”. Secondi sette a 5’10”. Ultimi sette, sempre se ci arrivo, senza guardare il cronometro: l’obiettivo sarà solo quello di riprendere chi mi corre davanti, uno alla volta, senza fretta, un passo dietro l’altro, senza brusche accelerazioni. Al traguardo si vedrà quanta differenza ci sarà tra la teoria e la pratica… 😉

La sensazione, piacevole, però è una sola. Si.Può.Fare!

“Operazione Sabauda”

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Non sono ancora riuscito a scrivere della stupenda esperienza della Urban Trail di Firenze, corsa in notturna per le vie della città più bella del mondo insieme ad altri 400 folli che hanno sfidato il maltempo di fine febbraio, che già sono in vista di Torino!

Scrivere dal Frecciarossa fa molto giornalista d’assalto, però per un appassionato grafomane è una droga! Ripenso a quando ho fissato il viaggio: erano i primi di gennaio e la Mezza di Torino, la Santander, era stata designata per fare il personale sui 21km. A 150 km dall’arrivo (così dice l’integerrimo computer di bordo!) posso affermare che questi due mesi sono stati un lungo viaggio sulle montagne russe. I problemi alla gamba destra si sono susseguiti spostando il dolore dalla caviglia al polpaccio fino al ginocchio. Dopo settimane di cure, esercizi di propriocettività, irrobustimento, tonificazione, elasticità e tutto quello che possa venire in mente ad un fisioterapista, associati a massaggi, pomate, calze compressive ed elettrostimolazione, accompagnati da sedute di corsa ridotte ma sempre mirate, con la rinuncia totale alla fit boxe, posso dire che sono al 70% di quello che avevo previsto! Arghhhhhhhh!

E adesso, mi chiederete voi? Adesso non ci facciamo prendere dal panico. Ci godiamo il solicino che filtra dal finestrino in questo comodo viaggio verso la città sabauda. Arriviamo in albergo, ci si cambia e ci dirigiamo verso il Village a ritirare il pettorale, per poi effettuare l’ultimo allenamento, quattro ripetute da 1km a 5′ giusto per attivare la gamba. Poi, decideremo. Anche se una mezza idea ce l’ho già… 😉

Una figata pazzesca!

SIENALOW
L’arrivo in Piazza del Campo, sotto la neve!

Il giorno prima

Visto che la consegna dei pettorali è solo al Sabato, decido di fermarmi a Siena, per essere già pronto la mattina della gara. Speravo di realizzare il quarto (lo ammetto, era il primo…) obiettivo di questo weekend (come quale obiettivi? Vi siete persi una puntata…recuperatela qui!), ma nonostante ci abbia sperato fino all’ultimo l’ho visto evaporare con un gran dispiacere nel cuore. Un altro ostacolo ulteriore, ho pensato. Correre da solo è ancora più difficile, ma alla fine ho deciso di fare di necessità virtù. “Meglio solo che con chi non ci vuole essere”, mi sono detto. Ritiro del pettorale, cena per caricare ancora di carboidrati e poi sano riposo alla Stramba, un bed and breakfast carinissimo sulla Strada dei Tufi, appena fuori le porte della città. Purtroppo la notte è stata un disastro, mi sono svegliato più volte in preda a sogni poco piacevoli. Meno male che andando a letto presto ho comunque dormito un numero di ore sufficienti!

La gara

Carlo, il titolare del B&B, si è offerto di portarmi al parcheggio degli autobus dove partono le navette per Monteriggioni. Lui ed Anna sono sembrati fin da subito amici di vecchia data e la loro cortesia è impagabile! Arrivo alla partenza un’ora prima dello start. Il tempo è pessimo. Piove, ci sono due gradi ed un gran vento che soffia contro! Con gli altri runners proviamo a capire quale sia l’abbigliamento giusto. Qualcuno dice che il meteo dovrebbe addirittura peggiorare…annamo bbene! Alle 10 spaccate si parte, prima in discesa, poi in un continuo saliscendi lungo la Via Francigena per arrivare al primo ristoro. Il carico dei carboidrati fatto lo ritengo più che sufficiente (ed infatti ho una buzzetta alla Homer Simpson che mi sciupa la silhouette!) per cui opto per un the caldo, senza fermarmi. Come promesso decido di non guardare il cronometro, tanto qui un chilometro sei in Paradiso, quello dopo in Inferno. Decido invece di seguire la respirazione, come mi ha insegnato Fulvio (se non sapete ancora chi è, siete “de coccio”!). Facile per i tratti in pianura, leggermente impegnata per le salite che continuo a correre invece che affrontarle di passo. Al quarto chilometro cominciano i primi fiocchi di neve. Mi guardo intorno: il cielo è coperto da una nuvolaglia bassa e bianca, dev’essere arrivato il famigerato Burian! Adesso la corsa si snoda lungo sentieri sterrati, pieni di pozze e fango, con la nevicata che si fa sempre più insistente. Mi ricordo di essere un mugellano, un uomo di campagna, abituato a queste strade, e sorrido. Al nono chilometro il secondo ristoro. Ancora the caldo, e poi subito una salita stroncagambe. Seicento metri soltanto (?), ma con una pendenza da Giro d’Italia. Siamo a metà gara, e tutto va bene. In cima alla salita affianco un runner che mi chiede del percorso. Si chiama Franco, scopro, ha una sessantina d’anni e una caviglia che fa le bizze. Mi ricorda qualcuno, e dopo qualche centinaio di metri mi viene in mente il Commissario Franco Bordelli, il protagonista dei gialli di Marco Vichi, di cui sto leggendo proprio in questi giorni l’ultima avventura (Nel più bel sogno). Se lo vedessi sopra un vecchio Maggiolino lo scambierei senz’altro per lui! Gli dico che ho sentito che ci sono altre due salite toste più uno strappo dentro Siena, poco prima del Duomo. Lui fa una smorfia. “Allora mi sa che mi fermo” mi dice sconsolato. “Stringi i denti fino al prossimo ristoro, anche perché da qui chi ti riporta a Siena?” gli dico mentre tutto intorno la neve che scende si adagia su sterminate colline punteggiate solo da qualche splendido casolare in pietra. “Ci provo”. Sono le ultime parole che ci scambiamo correndo accanto. Arriviamo al ristoro del 12esimo, allestito nell’aia di una casa di campagna, appena superato il Convento Vecchio. Ci sono delle mezze fette di pane con una marmellata di fichi e albicocche che è la fine del mondo. Ancora senza parlare ce le gustiamo senza fretta, mentre si scopre che l’artefice di questa magia è una signora che se ne sta al riparo in una rimessa per i trattori! Vedo Franco riprendere colore. E allora mi gioco la “bastardata”. “E’ stato un piacere, Franco! In bocca al lupo!” e riparto cercando di evitare quante più pozze possibili: se ne centro una credo che i miei piedi si congelerebbero in pochi minuti! “Magari ancora un paio li reggo” sento che mi risponde mentre mi allontano. Scendiamo per la Strada delle Coste, costeggiando il Lago dallo stesso nome. Mi passa accanto una mountain bike (ho avuto un tuffo al cuore, disatteso…), è la staffetta che precede il primo della 30km, che mi passa accanto come se fosse partito ora! Girandomi vedo Franco distante un centinaio di metri, lo saluto di nuovo e accellero leggermente, tanto siamo in discesa! Passiamo sotto la tangenziale ed una nuova, dura salita ci porta alla fine dello stradello, alla periferia di Siena. Adesso è un lungo falsopiano che sale lentamente ma inesorabilmente e la neve ti arriva di traverso, fregandosene del tuo cappellino con visiera. Una curva a 90 gradi e siamo sul viale che ci porta alla Porta di Camollia, mancano quattro chilometri. Mentre giro vedo Franco che resiste, sempre ad un centinaio di metri. Al passaggio sotto la Porta sono 16km esatti. Un ultimo the, freddo stavolta (argh!!!), e si può accelerare. Mi tolgo il K-Way, è bene che i colori del Mugello si vedano all’arrivo, dopo tanta fatica! Gli ultimi due km sono un passaggio tra i posti più belli del mondo: Santo Stefano alla Lizza, San Domenico, Via della Sapienza, Via delle Terme, da dove si vede la splendida Fontebranda, il Battistero, il Duomo, il Palazzo del Capitano e poi un’ultima curva secca, per entrare in Via del Casato, l’ultima discesa prima dell’ingresso in Piazza, proprio sull’omonima curva del Palio. Improvvisamente mi fermo dentro il primo androne, pochi secondi e vedo sfilare Franco, con un ghigno da irriducibile. Riprendo a correre, lo affianco e lui, con affetto (spero) mi manda cortesemente a quel paese con un semplice “Sei un bastardo”! “E con il tempo peggioro”, lo rincuoro. “Però ora vai, che se no mi offendo!” (o ha detto “mi incazzo”?). Mancano poche centinaia di metri, ormai. Siena con la neve è un evento più unico che raro, cosa avrei potuto desiderare di meglio? Conosco questa via e me la godo tutta, fino al punto in cui sfocia in Piazza. La bellezza della Piazza è così violenta che sembra di ricevere uno schiaffo, appena ci entri. Ti arriva addosso la storia delle Contrade, l’odore del tufo, le bandiere che fanno a gara a chi sale più in alto verso il cielo, il suono delle chiarine, il rumore degli zoccoli dei cavalli lanciati all’impazzata in questo giro della morte a forma di conchiglia, le urla dei contradaioli, la possenza della Torre del Mangia. E quando qualcuno mi chiederà chi me lo fa fare di correre, vorrei regalargli i miei occhi in questo momento per fargli capire cosa si prova…

Il giorno dopo

Com’è lo slogan? Non si molla un metro? E allora ci sono subito 10km da fare, a 5’25”, altro che interviste ai quotidiani sportivi e le comparsate alle trasmissioni in TV!!!

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Missione compiuta, una figata pazzesca!

Stop and go…

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Prossima tappa, l’arrivo in Piazza del Campo della Monteriggioni-Siena!

Ad un certo punto ti trovi a guardare il tuo Garmin e vedi che stai andando bene. Ma proprio bene. Hai fatto il personale sui 5km alla GPRun, la VO2 max è a 47 (mai raggiunto!), la tabella di Fulvio la affronti con tanta energia e anche quelli che sembrano allenamenti tosti alla fine li superi di slancio. Eppure qualcosa non gira. La “catena” di destra, dalle dita del piede fino al ginocchio, fa le bizze. Edemi, dolori, disagi. Bisogna fermarsi, di nuovo, come alla fine di Gennaio. E un po’ di sconforto ti prende, mica sei un professionista! Stavolta però oltre al riposo serve un check-up. Prima con Chiara, poi con Fulvio. Che nel frattempo si parlano, si confrontano. “Come fare a portare questo vecchietto a New York senza che si riduca in cenere?” immagino sia stato il loro chiodo fisso della telefonata. In due giorni, mi visitano, mi fanno stare in piedi, con gli occhi aperti, con gli occhi chiusi, con le scarpe, senza scarpe, scalzo. Fulvio mi fa corricchiare prima in palestra, scalzo, poi mi porta fuori in cortile, ancora con gli abiti del lavoro. Una signora fa fatica a tenere un piccolo Yorkshire che mi abbaia incredulo a vedere un “bischero” così agghindato che va in su e giù sotto l’occhio attento del Prof!

Alla fine, nell’ordine, scopro che: le ultime tre dita del mio piede destro sono pigre, cioè non ne vogliono sapere di rispondere agli ordini del cervello (talvolta mi meraviglio delle parti di me che lo fanno…); il mio piede ha un appoggio neutro, anziché pronatore; la mia gamba destra ha problemi di aderenze e fatica a drenare; il ginocchio è infiammato dal tanto compensare gli altri membri della “catena”; secondo la medicina cinese all’origine di tutto, oltre alla simpatica testata di Numa, c’è un fegato che è sotto stress, impegnato nel trattenere le tante emozioni negative dell’ultimo periodo.

La tranquillità dei miei due Giganti mi rasserena. Poi arrivano le contromisure che, nell’ordine, sono: esercizi di mobilità dei piedi; cambio di scarpe; uso di calze compressive, ma non a fascia, complete; massaggi e pomate per il ginocchio; depurazione del fegato con erboristeria; assunzione di magnesio; elettrostimolazione per defaticare il polpaccio. Una roba che solo a scriverla son già stanco!

Però non si molla un metro (altrimenti mi tocca cambiare il sottotitolo e rischio di perderci giorni per trovarne un altro che mi piaccia!). Ogni giorno si seguono le istruzioni. La gamba sta molto meglio, l’edema è scomparso, le dita si stanno muovendo (anche se il mio gatto Mo mi guarda stranito quando faccio il piede palmato!). Solo il ginocchio ogni tanto punge ma sembra sulla buona strada…

Sabato ho provato di nuovo a correre ed è andata bene. Oggi mi sono fatto dieci chilometri scarsi ed è andata bene. Domenica si va nel senese, per la Monteriggioni-Siena, 19 chilometri sulle strade bianche della Francigena. Non si potrà strafare, e allora ho tirato giù i miei obiettivi.

  1. Divertirsi, sperando in una giornata di sole
  2. Godersi il percorso, e soprattutto l’arrivo in Piazza del Campo
  3. Non guardare il cronometro, ma ascoltare il corpo
  4. Avere qualcuno che mi segua in bici, con il quale fare una foto all’arrivo, sul tufo di una delle più belle piazze del mondo! (Ok, questo dovrebbe stare al primo punto…vedremo…)

Tranquilli, comunque, non si molla un metro!

Se vuoi essere un gigante (parte seconda)

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Chiara nel suo studio. Non fatevi ingannare dal sorriso, a volte sa essere sadica!

“Se vuoi creare un’azienda di giganti, assumi dei giganti. Se vuoi creare un’azienda di nani, circondati di nani”. Questo lo diceva David Ogilvy, il più grande esperto di marketing della comunicazione, diversi anni fa. Mi sono permesso di modificare lo slogan secondo le mie esigenze, e quando ho cominciato a correre in modo più continuo ho deciso che avevo bisogno di persone che mi affiancassero.

La prima volta che sono stato da Fulvio (come Fulvio chi? Andate qui…), la sua domanda inziale fu quale fosse il mio obiettivo. “Non farmi male”, gli risposi. A quasi cinquant’anni un infortunio può essere letale, sportivamente parlando. Tempi di recupero lunghi, problemi sul lavoro, calo delle motivazioni per ripartire. Insomma, meglio evitare, pensavo. Solo dopo questa premessa parlammo di obiettivi fatti di distanze, chilometri, velocità, frequenze e tutto il corollario di un runner. Uscito da lui mi resi conto che la seconda persona di cui avevo bisogno in questa mia avventura doveva essere una che si prendesse cura del mio corpo; non solo per ripararlo, ma per metterlo in condizione di rendere al meglio. Cercare Chiara Materassi (seguitela qui…), che avevo conosciuto qualche tempo prima, fu immediato!

Quando entri nel suo studio, a Vicchio, sulla sua porta trovi uno scritto che ti fa rimanere qualche secondo con la mano sulla maniglia, senza entrare. Recita così:

“Ci sono due tipi di medicina. Quella degli schiavi e quella degli uomini. Quella degli schiavi deve rimuovere rapidamente il sintomo perché possano tornare a lavorare. Quella per gli uomini libera cerca di capire il sintomo, il suo significato per la salute del corpo nella sua unità indivisibile, per giungere all’equilibrio di tutta la persona.”

E’ una frase di Platone, e ti fa riflettere su quanto spesso ci trattiamo noi stessi da schiavi, con la nostra ossessione di eliminare il più in fretta possibile il sintomo, senza capire, senza ascoltarci, solo per tornare ad essere efficienti, per tornare “a produrre”. Sono contento di aver varcato quella porta più volte, perché mi ha insegnato molto su come sono fatto, su come si comporta il mio corpo, su quanta relazione c’è tra lui e la mia mente. Senza il suo aiuto all’ultima GPRun non sarei stato in grado di capire per tempo i messaggi del mio polpaccio e mi sarei senz’altro infortunato (non ti ricordi? Prova qui…). Le devo molto. Mi ha curato da tanti acciacchi, da tanti piccoli e grandi problemi che il mettere alla prova il tuo fisico ti pone davanti. Ma la più grande cura è stata quella dell’insegnamento. Dei propri limiti, delle proprie possibilità, della differenza tra causa ed effetto, di dare tempo al tempo. Ci siamo scambiati libri bellissimi che parlano di tutto questo, come l’Atlante delle Emozioni o la Metamedicina, giusto per citarne due. Ci siamo sempre confrontati, entrambi concentrati sul come poter stare meglio in armonia con noi stessi. Per questo, quando ho bisogno di capire, vado da lei…

Aneddoto. Una sera, la ricordo bene era il primo giorno di primavera, le mandai una foto della mia gamba, dove compariva un oggetto non ben identificato, regalo del mio amato compagno Numa, un labrador nero dalle movenze di un cinghiale. Giocavamo su un pratone in cima a Monte Acuto, dove lo avevo portato ad esplorare il tracciato dell’Ultra Trail, in programma il mese successivo. Dall’euforia e dall’eccitazione Numa cominciò a correre come un forsennato, per fermarsi improvvisamente, alla velocità di un muflone che carica, proprio contro il mio stinco. Mi chiese, incredula, se la versione raccontata fosse frutto della mia fantasia, poi mi consigliò di mettere subito del ghiaccio e di passare da lei al più presto. Dopo le prime cure di emergenza Chiara ci ha lavorato sopra per mesi per riportare tutto alla sua funzionalità originaria. Non avete idea di quanto un proiettile nero lanciato alla massima velocità contro di voi possa procurarvi questi danni! Manipolazioni, pomate, impacchi, poi ecografie ed infine l’aspirazione. E ancora massaggi, drenaggi e postumi vari. Ci sono voluti nove mesi perché gli effetti collaterali di quella testa venissero riportati alla normalità, anche perché di fermarsi non ne volevo sentire parlare! Tranquilli, comunque, Numa sta benissimo…