C’era un’aorta…

aorta-752x440…un Re! Diranno i miei piccoli lettori. No, non è un errore di grammatica. C’era un’aorta. Che per fortuna c’è ancora! Solo che è un po’ più ingrossata del normale!

Si, lo so. Sono andato troppo di corsa. Metaforicamente parlando. E’ che sono rimasto in stand by troppo tempo e vorrei recuperare il tempo perduto, anche se la fretta spesso è una cattiva consigliera…

E’ successo che mi hanno trovato un’ingrossamento dell’aorta. Ecografia, poi TAC, poi un paio di consulti cardiologici. Uno stop per ulteriori esami. Un test da sforzo al cicloergometro. E dopo un mese abbondante il responso: si può correre! L’operazione è rimandata. Certo che per un ipocondriaco come me è stato un mese abbastanza tosto, con questa spada di Damocle sulla testa, ma adesso è alle spalle. Nel frattempo è venuto fuori che ho dei noduli alla tiroide e che sono forme tumorali. Si tratta di capire con altri accertamenti se benigne o maligne. Nella peggiore delle ipotesi si opera anche se non dovrebbero esserci complicazioni ulteriori. Insomma, un periodo travagliato…

A questo ci aggiungerei un “travaglio” sentimentale che mi ha lasciato insonne per diverse notti e una contrattura al tibiale che mi ha tenuto fermo un’altra settiana e il quadro è completo!

Per fortuna ho avuto accanto amici veri e il peggio è alle spalle. E invece di stare qui a costruire alibi, ho pensato bene di trasformare tutto in energia positiva. La partenza è vicina, la forma sufficiente, il morale alto. L’obiettivo? Finire la maratona, fregandosene del tempo del cronometro e godersi i 42 km attraverso New York.

E chi se ne frega se a Marzo pensavo di correrla in 3 ore e 45. E chi se ne frega se in estate pensavo di poter stare comunque sotto le 4 ore. E chi se ne frega di tutta questa competitività. Il sogno è realizzare il sogno. E mettersi quella simbolica medaglia al collo. In Central Park. Nonostante tutto!

Nonostante tutto

psicofarmaci

C’è da rompere un tabù, e tanto vale farlo nel modo più semplice possibile: parlandone. Ho sofferto di depressione e attacchi di panico dal 1990. Quasi trentanni, già. La prima volta mi presero durante una spensierata camminata domenicale, in quel di Pesciola, appena fuori Vicchio. Da lì, sarebbe cambiato praticamente tutto. Un anno fa prendevo ancora 100 gocce di psicofarmaci al giorno. Benzodiazepine, paroxetina, SSRI. Xanax, Daparox, Cipralex. Tutto sotto stretto controllo medico, ca va sans dire. Oggi sono a 40 gocce, e il Daparox è solo un ricordo. Il processo di scalaggio è lungo e ogni tanto qualche passaggio a vuoto c’è ancora, ma sta procedendo. Se leggete un “bugiardino” di uno psicofarmaco vi troverete una lista infinita di effetti collaterali. Purtroppo, molti sono veri.

Non voglio angustiarvi con i miei ricordi dei periodi più bui e disperati, non c’è motivo, anche perché ognuno di voi avrà purtroppo avuto modo di imbattersi in situazioni simili, visto che sembra da una ricerca che gli italiani che assumono psicofarmaci siano circa undici milioni…

Voglio invece ringraziarvi, perché una delle terapie che più mi hanno aiutato ad uscire da questo “buco nero” è stata proprio la scrittura. E senza un pubblico, sarebbe rimasta una terapia riuscita a metà. Ne ho trovate anche altre. Cucinare, ad esempio, ma anche recitare, stare all’aria aperta, leggere. E soprattutto correre, come avrete visto in questo blog.

Ho avuto la fortuna di incontrare due professioniste di assoluto valore, soprattutto umano, come Elisabetta e Simona, che mi hanno accompagnato nei passaggi più difficili, e soprattutto la fortuna di avere avuto accanto compagne meravigliose, che mi hanno accettato, confortato, spronato e senza le quali non sarei dove sono. Ho rotto amicizie, perso relazioni, chiuso porte, rovinato rapporti, e spesso mi sono ritrovato da solo, artefice primo della mia solitudine. Sempre ho avuto la fortuna di trovare qualcuno che non mi lasciasse andare alla deriva, sostenendomi con il suo amore. E’ veramente poca cosa il grazie che ogni mattina riservo ad ognuna di queste persone.

Qualcuno di voi si sarà spesso chiesto per quali motivi voglio correre la Maratona di New York. Ecco, uno di questi è proprio per dare un messaggio a chi come me ha sofferto o soffre di depressione e attacchi di panico.

“Si può fare, nonostante tutto!”

Pacer And Love!

Ogni volta che finisce un ciclo se ne apre uno nuovo, a casa mia. Oggi, ad esempio, è finito il ciclo della riabilitazione. Con una bella sgambata “di là da Sieve”, in una tartufaia all’ombra e in un campo immenso di zucchine al solleone, a Pallone (per chi è di Borgo!). Quattro settimane intense che hanno dato i loro frutti. Oggi, idealmente, è cominciato un nuovo ciclo, e ho fissato il Training Holiday con Fulvio: una settimana all’Elba tra allenamenti (tanti) e mare (poco)!

E proprio dell’Elba è il mio ultimo ricordo di una corsa. La Mezza Maratona dove ho avuto l’onore di fare il pacer, quel personaggio buffo coi palloncini attaccati alla canotta che deve scandire il tempo per i concorrenti.

Fare il pacer è stata un’esperienza meravigliosa, ve lo dico subito. E anche una bella responsabilità, ad essere sinceri. Il mio compito era quello di tenere un ritmo costante di 5’27” al chilometro per finire la gara nel tempo di 1:55:00. Alla partenza ci aspetta subito una bella pioggerellina fitta che fa un tutt’uno col mare, ma anche una bella sorpresa: Valeria Straneo corre con noi! (O meglio lei corre, noi le arranchiamo dietro!). Valeria ha vinto l’argento ai Mondiali del 2013 e agli Europei del 2014, oltre a detenere il record italiano di maratona con 1:23:44. Tutto questo dopo essere che per una malattia ereditaria le hanno dovuto asportare la milza, giusto per rendersi conto di che atleta straordinaria sia…

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Valeria Straneo posa con un “bischero” prima della partenza!

Insieme a me a fare il ritmo ci sono Veronica e il compagno (suo, ovviamente…) Alessandro. Si parte dal lungomare di Marina di Campo, accompagnati dall’Inno nazionale e poi da Thunderstruck degli AC/DC. Il rischio è di mettersi a sprintare vista la botta di adrenalina! Dopo tre chilometri, il tempo di far assottigliare il plotone dei corridori, parte l’appello. Ci sono una decina di incoscienti che hanno deciso di darci fiducia, e ognuno sarà costretto ogni chilometro a ripetere il suo nome ad alta voce, giusta punizione per dei masochisti! Tutto procede bene fino alle prime salite che portano verso Cavoli. Qui decidiamo di dividere gli incoscienti in due gruppi. Chi vuole tenere costante il ritmo segue Veronica e Alessandro, chi opta per affrontare con calma la salita e recuperare lo svantaggio in discesa viene con me.

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Non vi fate ingannare, mi avevano dato una S!

Il piano funziona, e al giro di boa sopra la spiaggetta di Cavoli incrocio Veronica con il suo gruppetto, abbiamo un minuto circa di ritardo, niente che non sia recuperabile in discesa! Alessandro deve fermarsi, ha un risentimento ad un polpaccio e non vuole tirare; magari gli passa e ci riprende. Ci affida i suoi e ci rivedremo all’arrivo. La nuova salita, lenta e costante, gliela faccio fare ad un ritmo che è quello previsto, anche se a loro dico che stiamo andando piano (lo sapranno solo dopo il traguardo, se controlleranno il GPS, ma ormai sarà tardi per infamarmi!).

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Le tre ancelle superstiti agli ultimi metri di salita!

Ormai ci siamo, la salita è finita e siamo in perfetto orario. Consiglio di non buttarsi subito a razzobaleno ma di aspettare ancora un chilometro, per sciogliere i muscoli prima della discesa.

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Ci siamo! La salita è finita!

In lontananza vediamo il gruppetto di Veronica, la tentazione di andare a riprenderli è forte, ma il buon senso prevale. Frenare la mula, che poi ci sono ancora 4 km di pianura dopo la discesa e possono essere un trabocchetto. Quando manca un chilometro alla fine della discesa lancio le inconscienti, che non se lo fanno ripetere due volte. Adesso vedono l’obiettivo dell’ora e cinquantacinque raggiunto e vogliono provare a fare il tempo. Rimango solo. Mi godo il piacere di vederle andare e mi sento bene, con questo passo che non mi affatica. A due chilometri dal traguardo vedo Veronica a lato strada, vuole aspettare Alessandro, e le dico che non credo ci raggiungerà a breve. Dispiaciuta si rimette a correre ed entriamo nel centro di Marciana, con l’ultimo chilometro tra le case del paese. Ci diamo la mano e passiamo il traguardo insieme: 1:54:44, nemmeno in Svizzera! E qui succede la cosa più bella di tutta la corsa. Messa al collo la medaglia troviamo una decina di persone che ci aspettano e ci vogliono salutare. I masochisti! Ci abbracciano e ci ringraziano, per il passo e le risate, qualcuno perché non pensava di farcela e qualcuno perché ha migliorato il proprio tempo, qualcuno perché si è divertito e qualcuno perché non aveva voglia ma poi gli è venuta.

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Veronica taglia il traguardo accompagnando un “bischero”!

Oggi, di medaglie, ne ho ricevute undici!

Mission (im)possible

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Mancano 100 giorni alla Maratona (o meglio mancavano quando ho iniziato a scrivere questo post, ora ne mancano ancora meno!). Cento giorni sono tre mesi e una manciata di giorni. Cento giorni, per me che sono stato fermo due mesi e nell’ultimo ho fatto riabilitazione, sono un pugnello…

In questi tre mesi di stop dalla corsa, però, ho continuato a coltivare il sogno, anche senza correre. Ho sfruttato le opportunità che mi ha concesso il forzato riposo. Ho letto (il nuovo libro di Fulvio certo, ma anche Murakami) , studiato, parlato, tenendo a mente l’obiettivo. Soprattutto, ho trovato un nuovo rapporto con il  mio corpo. Adesso lo ascolto meglio. Ed ho imparato quando ha bisogno di mangiare, quando di bere, quando gli serve riposo e quando invece ha bisogno di attività. Ho imparato un sacco di cose nuove, confrontandomi con le tante persone che ho incontrato sulla mia strada. E dall’infortunio ne esco rafforzato, e nemmeno di poco!

Ho passato l’estate ad allenarmi durante. Core stability, propriocettività, potenziamento delle gambe e del tronco, stretching. Sempre con la massima cautela ma anche con la  massima costanza. Tre settimane fa ho fatto la prima corsetta. Cinque chilometri sul tapis roulant. Quando ho fermato il tempo ho visto che ho corso a 7′ al km (sic!). Pensando che il mio ritmo-gara sulla maratona prima dell’infortunio era di 5’40” al km avrei dovuto prendere le scarpe e buttarle in un cassonetto. Invece ero felice. Primo perché avevo ripreso a correre e il ginocchio sembrava rispondere bene. Secondo perché quella corsa fatta ad un ritmo talmente lento che nemmeno quando ho cominciato facevo mi ha riacceso la fiammella della speranza. (Nonostante accanto a me la signora coi leggins leopardati e le cuffie da calciatore professionista riuscisse a guardare lo smartphone andando a un ritmo più veloce del mio!).

Dopo quella corsa ne sono seguite altre, sempre a due giorni di distanza, come da prescrizione di Paolo. Il ritmo aumentava: prima a 6’30”, poi 6′, poi 5’50”, poi 5’40”, fino a oggi, quando dopo tre mesi sono tornato a correre su strada. 5’25”! Si, lo so, la strada è lunga, ma credetemi che ripartire quasi da zero è una fatica disumana, per un cinquantenne!

In questi ultimi giorni, quando mi chiedevano se avessi deciso di non partecipare, visto il mio scarso stato di forma, rispondevo che in realtà ero più in forma di anno scorso. Mentalmente, soprattutto. Ma anche fisicamente. Sono due chili in meno di un anno fa, la mia massa grassa è diminuita e le gambe e i glutei sono usciti molto rafforzati dalle sessioni in palestra. “Si, va beh, ma mica ce la fai…” era il commento del 90% delle persone. Qualcuno (un altro 6%, a cazzotto) mi diceva che comunque ci potevo riprovare l’anno successivo. Un altro 3% (al netto dei decimali) mi consigliava le cose alternative da vedere a New York invece di correre la Maratona. Rimane quindi un misero 1%. E secondo voi non è sufficiente per credere in una missione (im)possibile?

D’altronde, come diceva John Belushi, è quando il gioco si fa duro che i duri cominciano a giocare!

(Se volete lasciarmi un vostro incoraggiamento, questo è il momento giusto, ne ho un gran bisogno!!)

 

 

In ginocchio da te…

Capita. A volte capita. Capita che hai un progetto, o addirittura un sogno, e che nonostante tu faccia di tutto per raggiungerlo qualcosa vada storto. Lo avevo messo in conto, certo, ma quando ti ci ritrovi faccia a faccia con la difficoltà, ecco che davvero devi dimostrare a te stesso quanto veramente ci tieni a quel progetto, alla realizzazione di quel sogno. L’ultima corsa l’ho fatta a Genova, il 20 maggio. 8km di lentissimo per sentire come rispondeva il ginocchio, in sofferenza dopo la Mezza dell’Elba. Nessuna notizia rassicurante e quindi la decisione di fare una risonanza magnetica.

Risultato: meniscosi mediale con annessa ciste di Baker. In soldoni il mio menisco ha una fessurazione che fa infiammare il ginocchio e stimola questa ciste di 5 centimetri con il risultato di avere un pallone da pallamano al posto della rotula!

E allora il dubbio amletico: che fare? Facciamo un breve summit con Fulvio e Chiara e la palla passa a Paolo Manetti, amico e medico dello sport che è stato a capo dello staff medico di Fiorentina e adesso dell’Empoli. Due infiltrazioni di acido ialuronico e un mese di stop. Poi una ricaduta. E allora infiltrazione di cortisone e un nuovo stop fino alla fine di luglio. Nel frattempo, tanta palestra e qualche buona dose di elettrostimolatore, cercando di non mettere su chili. Nel frattempo, leggo Pessoa (questo Pessoa…)

A fine luglio saranno passati due mesi dall’ultima corsa e sperando di poter ricominciare, ne mancheranno solo tre a New York.

Io non mollo un metro, nonostante tutto!

Cronache dall’Inferno

“Le storie più belle vanno vissute, non raccontate”. Questo era lo slogan dell’UltraTrailMugello 2018. Non sono totalmente d’accordo. Le storie, secondo me, vanno vissute, e poi, anche raccontate. Perché come dice Danny Boodman T.D. Lemon Novecento (una delle storie che non potete lasciarvi scappare, la trovate qui…) prima di lasciare il Virginian, “non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla”. E allora eccovela, perché non sono affatto fregato.

E’ un anno che non corro un Trail, e quello di anno scorso anno era il primo in assoluto. Come esperienza complessiva direi un po’ scarsa, per usare un eufemismo. Quindi si riparte con poche certezze, ma ce le faremo bastare!

La prima certezza è che le scarpe di anno scorso mi hanno assassinato nella lunga discesa verso il traguardo. Troppo tassellate. Quest’anno si cambia, allora, ed ecco le Hoka Speedgoat, testate in qualche uscita di trekking e su corse in sterrata, al posto delle Salomon Speedcross.

La seconda è che un trail non è una corsa su strada e che negli ultimi mesi ho lavorato molto su velocità e poco sul potenziamento e la resistenza aerobica. Ci sarà da soffrire, poco ma sicuro.

La terza è che sto bene e che l’obiettivo sarà quello di scendere sotto le 4 ore.

IMG_4001Si parte alle 9, anche se con Ilario siamo in largo anticipo per gustarsi l’atmosfera della Badia di Moscheta e fare con calma il ritiro del pettorale e del pacco gara. Piano piano la zona della partenza si popola e si incontrano tante facce amiche. D’altronde giochiamo in casa! Pronti via e il sentiero sale subito. Ilario se ne va, lo vedo in forma e farà un tempone, nonostante sia al suo primo trail. 4km senza tregua per arrivare fino alle case del Giogarello, poi un altro in single track per arrivare in cima a Monte Acuto.

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Passaggio al Giogarello

Nemmeno il tempo di godersi lo splendido panorama che ci buttiamo a rotta di collo (e anche di diversi legamenti!) verso il primo ristoro, al Rifugio Serra. Guardo il cronometro e scopro di essere in vantaggio di tre minuti rispetto all’anno scorso, e non ho neppure tirato in salita! Bene, penso. Al rifugio arriva Alessandro, con il quale mi rimetto a correre nello stradello che porta in un divertente “mangia e bevi” alla Fonte della Cagna Morta. Corro con facilità, ma qualcosa non funziona. Nelle salite mi sento svuotato di energia, non riesco a tenere il passo di nessuno. Mi aiuto con i bastoni ma non basta. Prendo un gel ma non ne sento l’effetto. Controllo i battiti, sono bassi. Sembro l’orsetto della Duracell quando finisce le pile. Vorrei, ma non posso. Una sensazione bruttissima. Provo a recuperare anche in pianura, aspettando di ripartire a correre ogni volta che la salita finisce. Si scende in single track verso il Molino dei Diacci, ma la situazione non migliora. Al guado del torrente rischio anche di finire lungo disteso nel letto del fiume! Mi passa Marica, ha un bel passo, la vedo tranquilla. Al termine della piccola salita mi appoggio sui bastoni, sono un sacco vuoto. Ripasso mentalmente tutto quello che avrei dovuto fare e ci trovo diverse falle: mi sono allenato blandamente dopo la Mezza di Firenze, ho fatto le ripetute in salita giovedi, ho dormito poco e male,  ho evitato di riposarmi a sufficienza, ho curato in modo approssimativo l’alimentazione. Ok, mi dico, segna e porta a casa. Passo alla Cascata dell’Abbraccio con l’idea di fermarmi a metà percorso, e le ultime salite verso il Rifugio dei Diacci mi convincono definitivamente.

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La Cascata dell’Abbraccio

Al 12esimo chilometro, esattamente a metà percorso, ecco il ristoro. Chiedo informazioni su come raggiungere via strada la partenza. Poi vedo passare Noemi, Dario, Luca. Ognuno porta con sé la sua dose di fatica, di sofferenza, ma anche la grinta di voler arrivare in fondo. Grazie ragazzi, mi avete aiutato senza saperlo. Mangio un paio di fette con Nutella, un po’ di sali e riparto nello splendido scenario della Val Cavaliera. Quassù vive una coppia di aquile e spesso si riescono a vedere, specialmente dal Poggio dell’Altello, ma con tutto questo passaggio mi sa che hanno preferito la riservatezza. Ho sbirciato il cronometro, sono in linea con la gara di anno scorso, ma decido di non guardarlo più, non ho bisogno di altro stress. Cambio l’obiettivo in corsa: invece di scendere sotto le 4 ore, il vero risultato di oggi sarà arrivare, nonostante questa inaspettata debacle. E poi all’arrivo ci sarà qualcosa di particolare, e non ho voglia di perdermelo per niente al mondo. Mentre corro e cammino verso il bivacco di Ca’ di Cicci, mi supera un ragazzo seguito da un cane e penso che in questo momento avrei voluto accanto il mio fido Numa. Quante volte ci siamo inerpicati su questi sentieri, e che felicità vederlo scorrazzare felice su e giù per i prati, inseguire qualche capriolo nel bosco oppure rinfrescarsi in qualche ruscello da vero Labrador.

La parte apparentemente più tosta finisce quando si incontra la strada bianca che riporta al passo della Sambuca. Si prende a sinistra e dopo un paio di curve ecco il Bivacco di Ca’ di Cicci, con un altro piccolo ristoro. Da li si scende senza soste passando prima per il borgo disabitato di Pian dell’Aiara fino a La Lastra. Un altro guado sul Rovigo, che va attraversato tenendosi ad una fune, e poi un ultimo tratto di pianura, fino al ponte che segna l’inizio della Valle dell’Inferno, citata da Dante nella Divina Commedia. Mancano ormai due chilometri, da fare in quota su un single track con vista a strapiombo sul Torrente Veccione. Mi passa Cristiana Follador, vincitrice delle ultime due edizioni della 60km, ha un ginocchio sbucciato e il sangue ormai rappreso sulle gambe. Le chiedo come va e lei mi risponde “male”. Eppure è seconda! Mi faccio coraggio e penso che alla fine tutto è relativo… Ormai ci siamo, esco dal bosco e cammino gli ultimi metri prima dell’ingresso nel chiostro della Badia di Moscheta. E’ andata male, poteva andare peggio, poteva piovere. E quindi, passato il traguardo, sorrido a quello che ho trovato alla fine del viaggio. Perché ogni viaggio ti regala sempre un motivo per ripartire: spesso durante, a volte solo in fondo. E sorrido soprattutto perché oggi ho capito che preferisco viaggiare con la musica alta e il finestrino abbassato, piuttosto che arrivare coi capelli in ordine!

Bella di giorno, magica di notte…

Correre è bellissimo. Correre a Firenze ancora di più. Non c’è occasione che cerchi di farmi scappare quando si corre in una delle più belle città del mondo, con la possibilità di passare accanto o sotto a monumenti e opere d’arte che ti levano il fiato da quanto son belle. Ne ho fatte due, una ai primi di marzo e una un paio di settimane fa. Volete sapere come sono andate?

 2.3.2018 ::: Urban Trail Firenze

Primi di marzo. L’Italia è scossa dal freddo gelido del Burian. Le temperature sono precipitate sotto lo zero abbondantemente e la neve e il ghiaccio paralizzano trasporti ed attività. Quindi, mi chiedo, come sarà possibile che si svolga l’Urban Trail, 13 km su e giù per Firenze con questo tempo? Semplice, correndo. E così alle 21 di un venerdi da tregenda, al Piazzale Michelangelo, ci troviamo in più di trecento (non scomoderei gli spartani delle Termopili, ma il numero ci inorgoglisce!). Ci sono sei gradi, in pratica fa caldo, visti gli ultimi giorni! E non piove, dopo una settimana ininterrotta! Qualcuno, lassù, forse ci ama… La vista dall’alto di Firenze è sempre suggestiva, nonostante l’abbia vista decine di volte. Non c’è tempo per ammirare ancora il panorama, si parte! Dal Piazzale si plana subito verso l’Arno, prima per i tornanti di Viale Poggi e poi per Via dei Bastioni. Il primo scorcio è un tuffo nell’adolescenza: la scalinata dove Alessandro Benvenuti e Francesco Nuti giocano a colpire una bottiglia coi sassi in “Ad Ovest di Paperino”. Emozione, e un saluto a Francesco, idolo di quegli anni belli. La discesa dura poco perché una curva secca a destra ci riporta verso San Miniato, con un chilometro di salita che ci mette a dura prova. Qualche scalino e ci infiliamo nel boschetto che circonda una delle chiese più di Firenze. Ci fanno compagnia i passi dei compagni di avventura e le luci tremolanti delle lampade frontali. Il paragone con gli spartani adesso ci sembra quasi reale. Usciti dal boschetto eccoci in Via delle Porte Sante. A sinistra lo splendore di Firenze, sovrastata dalla Cupola del Brunelleschi, a destra, in cima alla maestosa scalinata, la facciata bianca di San Miniato. E’ un attimo, ma vorresti poterlo immortalare dentro di te per sempre! Si riattraversano i Viali dei Colli e si imbocca per Piazza San Miniato passando accanto al Giardino delle Rose. Prima della Piazza una curva secca a sinistra ci riporta ad un’altra salita stroncagambe, che costeggia le Mura di Firenze. Qui è difficile correre, ma si cerca di non mollare! Siamo a 4km ma ci hanno già messo a dura prova.

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La tremenda salita di Via Belvedere

Alla fine di Via Belvedere, di fronte al Giardino Bardini, prendiamo per Costa San Giorgio, passando sotto l’omonima porta. Ancora in discesa, con le pietre lisce rese insidiose dalla pioggia dei giorni precedenti che non ci fanno neppure osservare con calma la casa di Galileo Galilei e già ci troviamo in Costa Scarpuccia e poi in Via dei Bardi. Finalmente un po’ di pianura, mentre attraversiamo il Ponte alle Grazie. 5km, ma siamo sicuri? Sembrano il doppio! Adesso siamo nel cuore di Firenze, e correrci dentro ti mette un’energia smisurata. Prima il Lungarno, con le luci di Ponte Vecchio, poi il Piazzale degli Uffizi, Palazzo Vecchio, Piazza della Signoria, Orsanmichele, la Loggia del Bigallo, il campanile di Giotto, Santa Maria del Fiore, piazza Duomo, il Battistero, Piazza della Repubblica, il Porcellino, Ponte Vecchio. Tutto in soli duemila metri! Ma le magie non sono finite, perché dopo altri cinquecento metri, ecco che ci troviamo in Piazza Pitti, saliamo verso l’androne e ci infiliamo dentro, per essere proiettati come d’incanto nel meraviglioso Giardino di Boboli! Alla luce solo della frontale lo corriamo in discesa verso Porta Romana lungo il viale della Meridiana, poi lo ripercorriamo in salita fino alla Vasca del Nettuno, per poi uscire stremati sotto le imponenti mura del Forte di Belvedere. Costeggiato il Forte ci troviamo di nuovo a Porta San Giorgio, mancano tre chilometri. Il primo chilometro lo corriamo nella più bella strada di Firenze, via San Leonardo, leggermente in salita fino al Viale Galileo. Qui si può tirare il fiato, allungare la falcata sul terreno finalmente omogeneo, ma il divertimento dura poco. Si piega a sinistra e prendiamo l’Erta Canina, che anche in discesa è una bella gatta da pelare! La facciamo fino alla Beppa Fioraia, passando accanto al Parco della Carraia, ma poi dobbiamo rifarla in salita, con un fondo di borraccino e pietre scivolose. E qui, di correre non se ne parla! Sbucare sul Viale Galileo è la fine di un incubo, ormai ci siamo. Le ultime centinaia di metri servono solo per smaltire un po’ degli ettolitri di acido lattico che abbiamo accumulato. L’arrivo e lo sguardo su Firenze sono il miglior toccasana per la nostra fatica. E se fino a un metro prima pensavi a chi te lo ha fatto fare, un metro dopo chiedi quando ci sarà l’edizione 2019…

 

 

15.4.2018 ::: Mezza Maratona

In realtà questa gara non ci doveva essere. L’ho fissata poco prima della Mezza di Torino. Non mi sentivo abbastanza allenato e dubitavo di poter fare il mio personale (poi sapete com’è andata? Leggete qui…;-)), così mi ero dato una seconda possibilità. Dopo Torino non avevo voglia di stressarmi alla ricerca di un nuovo personale e così ho cambiato obiettivi. Ho deciso di accompagnare Serena nella sua prima Mezza Maratona, facendole da peacer. Il suo obiettivo era finirla, ma essendo uscito un paio di volte a correre con lei secondo me poteva puntare a qualcosa di più… La partenza è sul Lungarno della Zecca e per i primi tre chilometri la cosa più difficile è cercare di non cadere, vista la moltitudine di gente che c’è! Il percorso è bellissimo, molto tecnico e impegnativo. E soprattutto sono due giri, che se da un lato ti aiutano dall’altro tendono a rendere ripetitiva la scena e a toglierti un po’ di emozione per la seconda parte. Lo schema è quello usato a Torino: un terzo, un terzo, un terzo. La prima parte va meglio del previsto, ma non ci facciamo tentare. La seconda va ancora meglio, ma teniamo a freno la mula. Il fondo e la lunghezza inusuale però complicano la vita intorno al quindicesimo, e Serena accusa fastidi muscolari ad una gamba. Ma ha tempra mugellana, e tiene botta. Limitiamo i danni nei due chilometri successivi e poi ricominciamo a recupare negli ultimi quattro, senza ansie. Sotto lo striscione in Piazza Santa Croce il cronometro si ferma a 1:54:54. Un esordio da star!